I promessi sposi. Ecco un assaggio del libro

by redazione on 10/11/2016

Cop PParole 7 promessi.inddEcco un assaggio del libro I Promessi Sposi  appena uscito il libreria di Davide Morosinotto per Ed.  Einaudi Ragazzi, nella collana in Poche Parole

La Monaca di Monza >

E’ ora il momento di raccontare brevemente la storia di questa monaca misteriosa, in modo da spiegare il suo strano atteggiamento e giustificare quello che accadrà poi.
Si chiamava Gertrude ed era l’ultima figlia di un gran principe milanese, tra gli uomini più ricchi della città. Il principe aveva molti eredi a contendersi i suoi beni, e anche per questo il destino della giovane fu deciso quando lei ancora si nascondeva nella pancia della madre. Venne chiamata Gertrude in onore della santa, i suoi primi giocattoli furono bambole vestite da monaca, e quando si comportava bene, tutti le dicevano: — Che brava suorina!
Nessuno le spiegò mai direttamente che avrebbe dovuto farsi monaca. Era sottinteso!
Quando raggiunse l’età giusta, Gertrude entrò in monastero, dove le altre monache la trattavano con tutti i riguardi, sapendo che la ragazza doveva diventare una di loro. Nel monastero però c’erano anche altre compagne, che erano lì solo per studiare. Gertrude si vantava con loro di essere destinata a diventare badessa e si aspettava di essere invidiata; ma le ragazze non la invidiavano affatto! Anzi, parlavano di nozze, di feste, di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini iniziarono a ronzare nel cervello di Gertrude come le api in un cesto di fiori. E con il passare degli anni cominciarono ad arrivare i dubbi.
— In fondo nessuno può obbligarmi a mettere il velo — si diceva allora. — Anch’io potrei uscire dal convento e sposarmi, abitare in un bel palazzo e godermi la vita!
Secondo la legge, una giovane non poteva diventare monaca se prima non trascorreva almeno un mese fuori dal monastero, e al ritorno poteva decidere liberamente del proprio destino.
Mentre tornava al suo palazzo in carrozza, Gertrude pensava a come avvertire la famiglia delle sue nuove volontà. Prima di partire aveva scritto una lettera per dire al padre che non voleva più farsi monaca, e le avevano riferito che lui era andato in gran collera.
— Mi vorrà costringere — si diceva Gertrude — ma io sarò dura; umile e rispettosa, ma non cederò. In fondo, devo solo evitare di dire un altro sì. E non lo dirò. Mi prenderanno con le buone, ma io sarò più buona di loro. Piangerò, pregherò, e li muoverò a compassione.
Invece non accadde niente di tutto questo. La accolsero senza un sorriso, tristi in volto, ma senza dirle il perché. Nessuno accennò mai alla sua lettera, nessuno le rivolse la parola. Ogni volta che lei chiedeva qualcosa, si ritrovava davanti uno sguardo severo.
I giorni passavano e Gertrude stava sempre sola. Un paggio soltanto le portava rispetto e aveva compassione di lei… Ma era una compassione di quel genere particolare.
Presto i due giovani cominciarono a scambiarsi dei bigliettini di nascosto finché, una mattina, una cameriera trovò uno di quei messaggi e lo consegnò a suo padre.
Questi si presentò da Gertrude e le disse che, adesso, la sua vita era rovinata, e che nessuno avrebbe più voluto avere a che fare con lei.[1]
Il paggio venne scacciato di casa. E lei fu rinchiusa in camera come una prigioniera.
Fu allora che la povera ragazza cedette. Era esasperata dal rimorso e non aveva nessuno con cui parlare, la sua situazione le sembrava senza uscita. Così andò a un tavolino e prese carta e penna. Scrisse una lettera a suo padre. E gli disse che acconsentiva a farsi monaca.
Il padre decise di affrettare i tempi il più possibile. Fece in modo che tutti in casa si congratulassero con lei e la riportò pomposamente al monastero per cominciare il noviziato.
Intanto Gertrude continuava a chiedersi come tornare indietro dal suo proponimento, ma dire “no” adesso sarebbe stato scandaloso, e in fondo “sì” lo aveva già detto tante volte. Lo ripeté un’ultima. E fu monaca per sempre.
Anche così, avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, invece era sempre infelice. Si rammaricava per la libertà perduta, odiava l’abito che aveva addosso e i suoi desideri che non sarebbero mai stati soddisfatti.
Tra i privilegi che le erano concessi in virtù del suo rango, c’era anche quello di dormire in una stanza separata dalle compagne. Su quel lato, il monastero affacciava su una casetta che era abitata da un giovane scellerato, di nome Egidio. Costui, da una finestrella, un giorno vide Gertrude passeggiare, e dopo qualche tempo osò rivolgerle la parola.
La sventurata rispose.
Testo dal libro I Promessi Sposi
di  Davide Morosinotto (da Alessandro Manzoni)
Ed.  Einaudi Ragazzi

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